Comitato Piccola Industria


Ilaria Carrara


Il passaggio della luce attraverso i fori di una lamiera metallica restituisce l’immagine di una macchina curvagomiti, strumento tecnico sospeso tra memoria e mito. La sua vicenda ha delineato un paesaggio di traiettorie umane, che legano indissolubilmente il passato e il presente nella storia di una realtà aziendale virtuosa.

In questo lavoro, realizzato in camera oscura, la materia entra nel linguaggio dell’immagine, sfidandone la riconoscibilità. Il risultato è uno spazio critico, in cui vedere non significa per forza capire. Si configura così il ricordo di un oggetto prezioso, protagonista discreto nella sua fugacità.

Alexandru Viorel Dobre


Ramâne lumina (La luce rimane) è una narrazione visiva, una sequenza di immagini che raccontano, come una pellicola silenziosa, una storia d’amore e perdita.

Un percorso emotivo che inizia nella luce, attraversa l’attesa e la frattura, e infine si ricompone nel ricordo. Non c’è dialogo, non c’è cronaca: solo luce che cambia, corpo che si trasforma, spazio che accoglie o svuota.

Il primo incontro è pieno, vibrante. La luce è vicina, accesa, tra due presenze che si cercano. I corpi si avvicinano in uno spazio intimo e morbido, dove ogni gesto è promessa, ogni ombra è ancora futura. Poi arriva il tempo dell’attesa: un momento sospeso, una tensione che non si dice. La luce ora è più fragile, più isolata, non più condivisa ma sorvegliata. Compare la distanza. Qualcosa si spezza lentamente, non con rumore, ma con silenzio. La separazione è uno strappo visivo. Il corpo si fa solo, la luce si allontana. In alcune immagini è tenuta stretta, come a volerla trattenere; in altre è già distante, come se appartenesse a un altro tempo.

Il dolore non è mostrato in modo esplicito: vive nei vuoti, nei margini, nella luce che non si lascia toccare. Ma non tutto si spegne. Il finale è una rinascita lieve. Una mano che riaccende, uno sguardo che accoglie. Non c’è ritorno, ma c’è memoria. Una luce resta. Forse non quella di prima, ma una nuova, fatta di ciò che è stato.

Ramâne lumina non è solo una storia d’amore e perdita, ma un rituale visivo che accompagna chi guarda attraverso le fasi della fragilità: l’inizio, la frattura, la cura. È un’opera che parla di ciò che resta quando tutto sembra andarsene.

Attraverso immagini minimali e poetiche, questa serie trasforma la luce in testimone e sopravvissuta. Non si tratta di spiegare il dolore, ma di renderlo visibile come bellezza delicata. Un cinema immobile dove ogni inquadratura è memoria viva, e ogni ombra custodisce una verità emotiva. Una presenza silenziosa, una scintilla che non si spegne: una luce che resta nel tempo, dentro chi guarda.

Natasha Rivellini


L’opera riflette sul concetto di sicurezza come possibilità di rinascita.
La tecnologia industriale non è solo protezione, ma gesto poetico: sostiene, ricuce, ricompone.

L’albero, simbolo naturale di stabilità, viene ricreato attraverso un equilibrio artificiale che ne restituisce l’unità. È un’immagine sospesa tra fragilità e forza, tra disgregazione e sostegno.

Così come un albero può essere riportato alla sua forma grazie al sostegno esterno, anche l’essere umano, in contesti lavorativi estremi, può contare su tecnologie pensate per preservarne la vita e l’identità.

L’apparente fragilità dei pezzi sospesi è solo illusoria: la forza risiede nella rete che li sostiene.